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Fondazione Smith Kline

 

La Medicina delle Migrazioni nell’Era della Globalizzazione

29.06.2006

Brescia
Aula Magna del Centro Pastorale Paolo VI
Via Gezio Calini, 30

Nel convegno "La medicina delle migrazioni nell'era della globalizzazione" si analizzano i principali problemi socio-sanitari emersi negli ultimi anni, con particolare riguardo a quelli medici, epidemiologici e antropologici, al fine di chiarire l'interconnessione che lega tra loro questi diversi aspetti. Negli ultimi anni i settori più attenti e sensibili della società civile che si interessano al problema dell'immigrazione hanno cercato di dare risposte concrete a situazioni di disagio e sofferenza, per rendere questo "esodo biblico" il meno doloroso possibile. Per molto tempo si è pensato che il concetto di "salute" fosse ben definito dall'espressione "assenza di malattie", "star bene", cioè non essere malati. Oggi ci si è resi conto che la salute non può esaurirsi semplicemente nell'assenza di malattie e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sentito il dovere di definire la salute come "la realizzazione per tutte le donne e gli uomini di tutte le proprie potenzialità fisiche, psichiche e culturali". Solo quando le persone si realizzano completamente si può parlare di persone sane. Almeno in parte la salute di una persona, e quindi di un popolo, dipende dal modo in cui la cultura, la politica e la società condizionano l'ambiente e creano quelle circostanze che favoriscono in tutti e specialmente nei più deboli la fiducia in se stessi, l'autonomia, la dignità di esseri umani. L'impatto tra culture diverse provoca, infatti, trasformazioni culturali significative, irrigidimenti, conflitti, incertezze, disorientamento da una parte, nuove conoscenze ed esperienze dall'altra, che sono il frutto di vere e proprie operazioni di "mediazione culturale", che incidono sensibilmente sulle identità culturali soggette nel processo migratorio a profonde modificazioni. Da ciò la consapevolezza che la realtà delle migrazioni renda necessario un approfondimento interdisciplinare che connetta la sfera psico-antropologica, con particolare riferimento ai contenuti costitutivi e distintivi dell'identità culturale dell'immigrato, con quella più propriamente medico-sanitaria. Se non si è in grado di cogliere tali dinamiche che comportano una nuova visione del mondo, una nuova originale sintesi culturale, assai difficile risulta comprendere gli elementi culturali che causano incertezze, stress e sfiducia. Tali aspetti contribuiscono notevolmente al manifestarsi delle malattie, ma anche a creare resistenze a curarle con terapie o metodi non riconosciuti perché non appartenenti alla propria cultura di riferimento. Dai differenti dati clinici ed epidemiologici disponibili, emerge una realtà sanitaria ben diversa da quanto normalmente si crede: la stragrande maggioranza degli immigrati è sostanzialmente sana e non presenta malattie degne di nota, almeno al suo ingresso in Italia, e questo appare evidente se si tiene conto del fatto che oltre il 70% degli immigrati ha meno di 30 anni e rappresenta la parte economicamente e culturalmente medio-alta del proprio paese d'origine. Essi invece cominciano ad ammalarsi a distanza di circa un anno dal loro arrivo, in gran parte a causa delle disagiate condizioni strutturali, igieniche, abitative, alimentari e psicologiche in cui sono costretti sovente a vivere in Italia. Inoltre, è statisticamente irrilevante l'incidenza delle principali malattie tropicali d'importazione di cui spesso si teme il contagio.

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