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Fondazione Smith Kline

 

Turismo del suicidio, raddoppiati i casi in Svizzera

In soli quattro anni è raddoppiato il numero delle persone che scelgono la svizzera per l'eutanasia.
Al primo posto in questo "turismo" ci sono gli inglesi e i tedeschi e le patologie alla base della scelta sono soprattutto di tipo neurologico. A dirlo è uno studio pilota apparso su Journal of Medical Ethics.

I dati emergono dalla banca dati dell'Istituto di medicina Legale di Zurigo. La ricerca rivela che 611 persone non residenti in Svizzera sono state aiutate a morire nel Paese tra il 2008 e il 2012. L'età media è stata di 69 anni, ma ci sono stati anche giovani di 23 anni che hanno fatto ricorso al "suicidio assistito". In quasi sei casi su dieci si è trattato di donne.
Dall'Italia nel periodo considerato sono state 44 le persone che hanno scelto la via della morte assistita.

La storia dell'eutanasia in Europa

In Europa la richiesta di eutanasia attiva, cioè provocata dal medico, cresce a partire dal 1973, quando nasce la Società Olandese per l'eutanasia volontaria. Dopo questo primo passo, nel 1985 è richiesta una modifica del codice penale, nel 1990 entra in vigore la nuova normativa sull'eutanasia che diventa legge nel 1994. Attenzione. Occorre comunque che il medico che opera il trattamento segua precise indicazioni: è necessario che la persona richieda ripetutamente questo trattamento e non deve esistere alcuna possibilità di curare la malattia in corso né di controllare la sofferenza. Inoltre occorre che il medico prima di praticare l'eutanasia si consulti con un esperto che non abbia mai trattato il paziente. Dopo il decesso della persona il giudice può verificare se sono state osservate le leggi ed eventualmente porre sotto accusa il medico se non le ha rispettate completamente. Simile è la situazione in Oregon, negli Usa, primo stato degli Usa a rendere possibile il suicidio medicalmente assistito. Sempre nel 1994 infatti i cittadini hanno approvato la "Death with Dignity Act", una legge che permette al medico di prescrivere i trattamenti che inducono la morte nel paziente. Occorre però che il paziente non abbia un'aspettativa di vita superiore ai sei mesi, che altri due medici oltre a chi deve "fare" praticamente il trattamento valutino positivamente la richiesta del malato e che la persona sia effettivamente cittadina dello stato americano. Questa "terapia", infatti, non può essere praticata a persone che non abbiano la residenza in Oregon. In Europa il suicidio medicalmente assistito è considerato depenalizzato in Svizzera, paese in cui questo trattamento è ammesso anche per chi non è residente e per chi non ha la cittadinanza elvetica. Non è invece permessa l'eutanasia anche se non viene considerato un reato assistere un suicida, come ha riportato recentemente il British Medical Journal, a patto di non trarne vantaggio economico o di altro tipo.

Per saperne di più

Eutanasia attiva

E' un trattamento che mira ad indurre la morte di una persona attraverso l'intervento diretto del medico. In pratica quindi il curante, sulla scorta delle indicazioni del soggetto malato, può provvedere a somministrare farmaci in grado di far morire la persona. Per questo trattamento si possono impiegare diversi tipi di medicinali. Con un trattamento che utilizzi dosi molto elevate di barbiturici si induce uno stato di coma rapidamente mortale. Questi medicinali rallentano l'attività del sistema nervoso, riducono il ritmo dei battiti cardiaci e la pressione arteriosa, provocano un respiro affannoso. Alla fine determinano appunto uno stato di coma. Per ottenere un arresto cardiaco rapido si può invece somministrare una dose molto alta di cloruro di potassio, un composto che altera l'attività elettrica del cuore e quindi induce il blocco dell'attività cardiaca.

Eutanasia passiva

In questo caso il medico non fa alcun atto volto ad indurre la morte, ma semplicemente assume un ruolo di "osservatore" degli eventi e non pratica alcun intervento che potrebbe in qualche modo prolungare la vita della persona. Il termine viene quindi spesso considerato sinonimo di astensione terapeutica. Sotto il profilo scientifico la definizione corretta di questa situazione è molto complessa: in alcune circostanze, potrebbe configurarsi sotto il punto di vista medico-legale come una sorta di "omissione di soccorso". In medicina la possibilità di non trattare un determinato quadro patologico è tutt'altro che rara. Basti pensare ad esempio ad una grave polmonite che colpisce una persona affetta da molti anni da malattia di Alzheimer. Il mancato trattamento della polmonite con una terapia antibiotica mirata può configurarsi come astensione terapeutica e quindi favorire il decesso del paziente.

Suicidio assistito

In questo caso la situazione è simile a quella dell'eutanasia attiva, ma non è previsto l'impegno diretto del medico. In pratica un paziente o un suo familiare su espressa indicazione del malato si occupano di effettuare l'atto che induce la morte, mentre il medico ha solo il compito di indicare i farmaci necessari allo scopo e fornire informazioni su dosaggi e modalità di somministrazione. In pratica, quindi, si tratta di una vera e propria forma di suicidio, che sfrutta quasi sempre medicinali ad azione diretta sul sistema nervoso, come barbiturici e farmaci ipnotici a dosi elevatissime.

Sospensione del trattamento

E' l'esatto opposto dell'accanimento terapeutico. Una volta accertata l'impossibilità di cura di una patologia cronica destinata a procedere ed a peggiorare, come ad esempio un tumore allo stadio terminale, il paziente può richiedere che il medico "stacchi" le macchine o comunque sospenda i trattamenti di sostegno che lo mantengono in vita. Ad esempio si può eliminare la respirazione artificiale oppure si possono smettere le flebo che consentono di nutrire ed idratare il corpo del malato. In questo caso la morte del paziente può non essere immediatamente conseguente alla sospensione delle cure, ma anche intervenire dopo qualche giorno o settimana quando il corpo non è più in grado di sopportare la situazione metabolica che si crea.

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